Belluno è stata il mio luogo di lavoro per un periodo di vita prolungato, e sotto molti aspetti decisivo: dal 5 novembre 1957, quando vi approdai per la prima volta, al 31 luglio 1958, e poi dal 20 giugno 1959 al 30 settembre 1962. Quattro anni pieni di avvenimenti fra i più diversi, a volte tragicomici: l’insegnamento, che non fu il primo a rigor di termini ma resta il primo nell’animo e negli affetti; il servizio militare come ridicolo ufficialetto della Brigata Cadore, oggi scomparsa; la nascita di un legame che dura da quarant’anni, poiché là conobbi la persona che per mia fortuna ho sposato.
Negli anni d’università, vissuti in una Padova tristissima, scostante e alla fine tanto ostile da cacciarmi via in malo modo, sognavo spesso di abitare e lavorare in una città immaginaria. In sogno, mi pareva tanto reale da convincermi, nella prima mezz’ora successiva al risveglio, che esistesse davvero. Era una città gotica, dall’aspetto nordico, grande (forse una capitale), civilissima, popolata da gente educatissima e meritevole di fiducia, soprattutto animata da una seducente vita culturale. C’erano ad ogni passo grandi librerie con vetrine larghe e profonde, nelle quali i libri erano adagiati su velluto color porpora. All’interno, le pareti erano interamente rivestite di legno scuro e nobile, ed era diffuso un odore di vecchio abete e di resina che profumava anche i volumi. Questi ultimi non erano i libercoli dalle copertine pubblicitarie o balneari che oggi sono in cima alla classifica delle vendite e vincono i premi letterari: erano esclusivamente classici in edizioni severe rilegate in pelle nera con impressioni in oro, vagamente oxoniensi o teubneriane, oppure volumi della gallimardiana «Pléiade» con il loro sovreccitante aroma quasi medicinale, fra i quali non mancavano autori e titoli immaginari. Almeno uno lo ricordo: Aetheria Flamande (che cosa vuol dire ? nulla, certamente) del non meno inesistente Alméric de Saint-Lux. (Ma prima che la sua inesistenza fosse inconfutabile, doveva trascorrere la famosa mezz’ora). L’incredibile numero delle librerie favoriva la specializzazione: ce n’era (nel sogno, nel sogno) una che vendeva soltanto classici tedeschi medievali, e un’altra in cui si trovavano unicamente edizioni critiche, in greco antico, di filosofi neoplatonici e neopitagorici. Quest’ultima esponeva in vetrina gli Opera omnia (???) di Numenio di Apamea, del cui nome stavo facendo indigestione durante la stesura della tesi di laurea.
Il sogno si ripeteva periodicamente, sempre uguale nella visione e nello stato d’animo ma ogni volta arricchito da nuovi dettagli. Mi ero abituato a entrare in una grande biblioteca: locali immensi e frastagliati, soffitti altissimi, pareti rivestite dello stesso legno scuro delle librerie. Ero servito non dagli psicopatici che mi avevano maltrattato nella biblioteca civica della mia Gorizia durante l’adolescenza (com’è noto, le leggi italiane impongono alle biblioteche d’inquadrare nel personale una certa aliquota di semideficienti), né dai bifolchi che scaraventavano i libri in faccia agli studenti nella biblioteca universitaria di Padova. Il personale del sogno era tutto di uomini anziani, con i capelli grigi, con volti spiranti fiducia, saggia erudizione e benevolenza come i buoni vecchi medici di famiglia. C’era in loro qualcosa di sacerdotale. Anche i lettori erano di mezza età, seri e concentrati, immersi nel silenzio: molti vestivano uniformi militari d’alto grado. Allora non avevo ancora letto Ernst Jünger: oggi mi colpirebbe l’affinità con gli ufficiali filosofi e filologi di Heliopolis.
Sapevo (nei sogni si sa sempre qualcosa che nessuno dice esplicitamente) di molta musica in città, di un grande teatro d’opera, di concerti dai programmi per me irresistibilmente attraenti. Lo strano è che, per le ragioni più varie, non riuscivo mai a entrare né all’Opera né in una sala di concerto, e non sapevo neppure dove si trovassero il teatro e le sale: la logica del sogno era tale che ogni volta ero un forestiero trasferito in quella città da uno o due giorni, e dovevo ancora scoprirla. Ma la musica dell’Opera e dei concerti era diffusa all’aperto, lungo i magnifici corsi e nelle piazze immense, in una delle quali (quella da cui cominciava sempre il sogno) gli edifici erano fastosi ma tutti paurosamente obliqui, pendenti minacciosamente sulla mia testa.
La descrizione sarebbe gravemente incompleta se non riferissi di due altre stranezze. La città era situata in alta montagna, sulle Alpi, in una zona che saprei definire. Era difficile arrivare fin lassù. Nel sogno c’era una voce fuori campo, una sorta di speaker onirico, che ne diceva a brevi intervalli il nome: “Alpenland”. Lo speaker ripeteva anche una frase, sempre interrotta: «Le grandi capitali europee, Londra, Amsterdam, Parigi, Vienna, Alpenland…». La seconda stranezza era l’assenza di luce diurna: nella città c’era quasi sempre notte e cielo buio, ravvivato dalle mille luci della civiltà e della cultura. Soltanto per pochi istanti albeggiava, ma poi la notte riprendeva il sopravvento. Una specie di Reykjavik d’inverno.
So bene che questa descrizione onirica può apparire falsa o almeno forzata, un’astuzia preparatoria al discorso che segue. Ma in quegli anni mi accadde di narrare il mio sogno ricorrente a più di un amico, nei termini esatti in cui l’ho ricordato. Tutti quelli cui lo narrai sono vivi, e sarebbero pronti a testimoniare. La dichiarazione ha un certo peso, poiché nel 1957 avvenne un fatto curioso: quando cominciai a soggiornare a Belluno, ritrovai tracce vivide di Alpenland. Grandi le diversità: la grandezza, la notte sub-artica che non c’è sulle rive del Piave, lo stile degli edifici. Ma c’erano legami sottilissimi, quasi invisibili eppure saldissimi. Non parlo di ciò che sarebbe ovvio, la collocazione in alto sul livello del mare, il panorama alpino. L’Aquila si trova a quota superiore rispetto a Belluno, ma non ha nulla di Alpenland.
I tratti comuni, che a volte mi immergevano nel sogno in piena veglia e nel crepuscolo dei lunghi pomeriggi invernali, erano altri. A Belluno c’era il lavoro, la scuola: la troppo breve esperienza d’insegnamento acquisita nei due anni precedenti, prima e subito dopo l’amareggiatissima laurea, mi costringeva a studiare, e mi obbligava a immani e inutili fatiche. Non mi concedevo alcuno dei cosiddetti svaghi: il poco tempo libero, lo dividevo tra la libreria Tarantola, la biblioteca civica e i concerti dell’Auditorium. L’indimenticabile libreria in piazza dei Martiri, che per me è un luogo storico poiché vi comperai il mio primo Borges (L’aleph), era meta di visite inutilmente quotidiane: mi mancava il denaro per tutti gli acquisti che avrei desiderato. Ma era un luogo che assorbiva in una dimensione estranea al mondo, dove il tempo era sospeso. Mai, in tutta la vita, ho conosciuto un altro negozio di libri che mi facesse un simile effetto. Le lampeggianti tentazioni, che irradiavano sul “liston” bagliori esoterici, promettevano una zona estranea all’universo spazio-temporale e tridimensionale: sapevo che alla porta vetrata di Tarantola si fermava la volgarità del vivere. La biblioteca civica, che oggi si trova a Palazzo Crepadona, era allora collocata in un nobile edificio di piazza Castello, privo di ostentazione. La bella scalinata interna, l’aspetto vecchio stile delle sale, l’odore di vecchio legno… ma sì, Alpenland si nascondeva da qualche parte. Da Alpenland veniva certamente il signor Giacomini, che sorvegliava il pubblico, garantiva il silentium, distribuiva i libri con grazia benevola e con serietà sacerdotale. Di Alpenland era oriundo un lettore insolito: un ufficiale delle truppe alpine — un maggiore con la penna bianca, se ricordo bene — che chiedeva alla distribuzione i volumi più strani, di varia erudizione, con incursioni in discipline molto diverse: matematica, storia, astronomia, filologia classica. Lo vedevo spesso anche nella libreria Tarantola, dove una volta, simpaticamente e senza spocchia (eppure sapeva che fino a poco prima ero stato un nanerottolo sottotenente: mi aveva veduto innumerevoli volte, in uniforme), mi si presentò. Non disse, però, il suo cognome sic et simpliciter, ma me ne fece l’alpenlandiano spelling, allineando nomi di città con velocità vertiginosa: “Bologna-Ancona-Bologna-Udine-Domodossola-Roma-Imola”. Si chiamava, naturalmente, Babudri.
Paradossalmente, le situazioni che vivevo come più alpenlandiane di altre erano i concerti all’Auditorium. Nelle memorie del sogno — che da più di un anno non mi visitava più — mancava proprio la mia presenza nei luoghi di musica. Eppure, dall’Auditorium di piazza del Duomo veniva un richiamo della stessa natura di quello della musica diffusa nei corsi monumentali e nelle piazze smisurate di Alpenland. Non era il suono in atto: era l’attesa della musica, che sarebbe venuta la sera a premiare le fatiche mattutine e pomeridiane. Nelle serate di concerto, avvicinandomi al luogo in cui la musica da possibile e immaginata sarebbe divenuta reale mi costruivo itinerari variabili, dosando le sensazioni da cui, ogni volta in misura e in avvicendamento diversi, nasceva la desiderata sequenza: preparazione al piacere prima di uscire di casa, trepidazione nell’uscire, ripetizione mentale e silenziosa di ciò che avrei ascoltato, illusione di ascoltare già, fra gli aromi freddi della notte alpina, i primi suoni, e finalmente l’avvistamento del palazzo in cui la magia si sarebbe realizzata. A questo punto finiva la fase della disincarnazione, e già disincarnati si entrava in un mondo costruito secondo una geometria non euclidea; si concludeva un (ahimé, provvisorio) “Abschied von der Welt”, un rinfrescante “Lied von der Erde”, e si entrava nel cielo stellato. Per procurarmi queste sensazioni, nelle dosi diverse che di volta in volta sceglievo, mi avvicinavo all’Auditorium lungo percorsi che potevano essere quello più breve dalla casa in cui abitavo, via Cavour – via Loreto – via Matteotti – piazza dei Martiri – piazza Castello, oppure uno più lungo e contorto ma più suggestivo nel “prepararmi”, lungo via Rialto e via Mezzaterra e ritornando indietro per via Sant’Andrea, o altri, compositi e irrazionali ma esteticamente fruttuosi.
Ascoltai il primo concerto il 17 marzo 1958: suonava Alexander Uninsky, che udivo per la prima volta. Pensai: «Me ne hanno parlato tanto, e dovevo proprio arrivare a Belluno per capire come suona». Dopo quella serata, considerai Belluno una città del destino. Anzi, per quanto riguarda gli interpreti, tutti i concerti che ascoltai all'Auditorium furono per me altrettante "prime volte". Così fu dei Solisti di Zagabria (10 aprile 1958) e del loro direttore Antonio Janigro, che allora non avvicinai ma ritrovai a Milano molti anni dopo, poco prima della sua morte, stringendo con lui una bella amicizia, e consolandolo della scempiaggine che si legge in un pretenzioso dizionario musicale a proposito di lui: «Violoncellista jugoslavo [sic] di origine italiana». Così fu del trio formato da Ornella Santoliquido, Arrigo Pelliccia e Massimo Amfitheatrof, e dell’entusiasmante esecuzione del Trio n. 2 in Do minore di Mendelssohn: non ho mai udito nessun’altra analoga formazione cameristica eseguire il Finale, con la citazione del Salterio di Ginevra di ugonotta memoria, in maniera tanto “gotica”. A quel Trio mendelssohniano ho dedicato recentemente molte energie per farne il simbolo di una battaglia culturale che sto combattendo tuttora, ma so che alla radice dell’impulso da cui sono trascinato nella contesa è proprio il ricordo di quell’esecuzione. E, sempre sottolineando il legame tra la Belluno di quei miei anni e le “prime volte”, annoto che avevo già ascoltato separatamente Pierre Fournier (a Trieste) e quel meraviglioso pianista che era Eugenio Bagnoli (a Padova, in un’indimenticabile Sonata op. 35 di Chopin, ma soltanto a Belluno, il 21 marzo 1961 (pochi giorni dopo l’eclissi di sole), li udii suonare insieme.
Per me, Belluno rappresenta un altro primato. A Gorizia, negli anni Quaranta e Cinquanta, c’erano due o tre concerti all’anno, in genere modesti e di fortuna: oggi, fortunatamente, la situazione è profondamente e felicemente mutata. A Padova mi mancava il denaro per frequentare le stagioni concertistiche, tranne quella organizzata da noi studenti al Liviano: ma ero “dall’altra parte”, mi guadagnavo l’ingresso facendo la maschera, e non facevo corpo con il pubblico. A Belluno, per la prima volta, fui ascoltatore e abbonato. Mi si aprì un nuovo modo di essere.
Non ho più avuto modo di frequentare i concerti dell’Auditorium negli anni successivi al 1962: il tempo mi ha trascinato lontano da Belluno. So come sono ideati e scelti, oggi, programmi e interpreti, e confrontando la programmazione odierna con quella di allora vedo ininterrotta una tradizione d’intelligenza, di straordinaria passione per la musica e per la cultura, di illuminata operosità nell’organizzare. Degli ideatori allora attivi ricordo soltanto un nome, Sigfrido Vinanti: un personaggio splendido, di qualità rare, tragicamente sottratto alla vita da un incidente che, sia pure molto indirettamente, mi coinvolge. Insieme con me, egli era (sarebbe dovuto essere) uno dei due testimoni alle nozze del mio migliore amico, e morì, investito da un pirata della strada, a un bivio presso Cormons, a pochi passi da Gorizia, dove lo aspettammo invano in chiesa, per la cerimonia. Gli ideatori di oggi mi sono noti, e tutti molto cari: conoscendoli, non mi stupisco che Belluno, fra le città italiane in cui si lavora (non sono molte), sia una di quelle in cui l’offerta musicale in pubblico è della migliore qualità. Vorrei nominarli tutti, e nessuno me ne voglia se, per tutti, nomino Luisa Coin.