Dietro le montagne.
Le prime notizie del Circolo Culturale Bellunese mi erano venute da Beniamino Dal Fabbro a Venezia, durante il festival di musica contemporanea, in quei fugaci incontri che si potevano avere con il tempestoso e geniale critico musicale nelle pause dei concerti, nella piazzetta della Fenice.
Qualche tempo più tardi, l’esistenza di questo Circolo si fece più precisa e vitale attraverso le testimonianze di un musicista, forse un componente del Quartetto Italiano, che aveva conosciuto direttamente l’intensità della passione per la cultura che attraversava la vita di quella piccola città quasi sperduta dietro le montagne che portano in Austria. Il Circolo infatti, che scandiva i tempi della vita intellettuale nella città aggrappata alle montagne del Cadore, non era nato per caso ed al caso non affidava niente. A dargli la spinta iniziale decisiva e a gestirne poi il successo era stato, con un gruppo di amici come lui innamorati delle cose dell’intelligenza, il medico bellunese Piero Vinanti che sarebbe divento Presidente per circa vent’anni.
Il Circolo affondava le sue radici nelle idee, nei sentimenti, nella passione di questi uomini che con pieno disinteresse personale e con spirito critico intendevano vivere e far conoscere le correnti e le vicende del pensiero contemporaneo, chiamando a parteciparvi scrittori, poeti, pittori e in numero crescente musicisti. Sono stati proprio i musicisti, compositori ed interpreti, a consacrarne il successo e a dirne in ogni parte del mondo l’assolutezza dei traguardi che il loro lavoro aveva raggiunto in breve tempo.
Ci si può chiedere come può essere accaduto un simile risultato in una piccola città, in un luogo di tendenze conservatrici, in una società dalla quale gli elementi migliori cercavano di andarsene come è successo con Dino Buzzati, con Beniamino Dal Fabbro e con molti altri.
Forse c'era nel cuore di quella società una fedeltà di fondo ai valori intellettuali e morali vissuti come punto di partenza verso orizzonti più liberi,( modi di esistere,) verso aspirazioni di cambiamento. Certo, attraverso l’opera di Piero Vinanti e dei suoi amici il volto della città cambia agli occhi degli artisti e dei musicisti europei. Ed è su quel terreno vitale che arrivano i Wanderer, i Gulda, i Gieseking, i Rubinstein, scoprendo a Belluno un luogo dove essere compresi, dove fare sosta e scambiare dei segni di amicizia.
Ci si può chiedere come può essere accaduto un simile risultato in una piccola città, in un ambiente di tendenze conservatrici, in una società dalla quale gli elementi migliori cercavano di andarsene come avvenne con Dino Buzzati, con Beniamino Dal Fabbro e con molti altri.
Forse c'era nel cuore di quella società una fedeltà di fondo ai valori intellettuali e morali vissuti come punto di partenza verso più liberi orizzonti e modi di esistere, verso aspirazioni di cambiamento. Certo, attraverso l’opera di Piero Vinanti e dei suoi amici il volto della città cambia. E’ su quel terreno vitale che arrivano i Wanderer: i Gulda, i Gieseking, i Rubinstein, scoprendo a Belluno un luogo dove essere compresi, dove fare sosta e scambiare dei segni di amicizia.
Dagli archivi della storia familiare di Piero Vinanti si può riconoscere la trama (questo è accaduto a me nel giardino della casa milanese di Stelio Vinanti in un giorno della più calda estate del secolo) di una grande avventura ricca di tanti capitoli vibranti ancora di tensioni attive, capitoli nei quali si è identificata e continua ad identificarsi la società bellunese. Nella città di Belluno è passato il Gotha dell’interpretazione musicale di questo mezzo secolo, da Clara Haskil la prediletta dai più esigenti, a Claudio Arrau, da Sviatoslav Richter agli insostituibili Quartetto Italiano e Trio di Trieste, da Andrés Segovia a Murray Perahia hanno suonato e hanno fatto sosta in questa città, lasciando qualche segno del loro insegnamento mirabile e ricevendone in cambio il piacere di un calore umanissimo nel fuoco del concerto e in quei lunghi dopo-concerto che duravano in qualche caso giorni. Si tratta di una pratica perduta nel concertismo attuale ma che ha contato moltissimo in passato nel formare un rapporto non effimero con una città. Belluno ha vissuto questi momenti preziosi e ne ha fatto qualcosa che oggi appartiene alla vita comune fino a farla divenire da città di gente che parte, una città di persone che la sentono come un punto di arrivo, di gente che resta.