CIRCOLO CULTURALE BELLUNESE

di Giorgio PESTELLI

Circolo Culturale Bellunese
Tra la storia civile e i luoghi in cui si sviluppa esistono sempre misteriosi ma certissimi rapporti di  affinità e dipendenza;  per chi arriva a Belluno la prima volta, dopo aver percorso tutte le anse della valle del Piave, ecco che dalla  vicinanza delle Prealpi, con le Dolomiti in secondo piano, subito riceve  un senso  di movimento e attività, raccolto tuttavia in un centro solidale di uomo e natura;  la sensazione di nettezza  e fantasia si ripete passeggiando per la città: le viuzze torte, le case all’antica, di nordica intimità, giù per Via del Cansiglio, l’eleganza del Teatro Comunale, con il tetto a tegole e le statue sul frontone palladiano come a Palazzo Kinsky di Vienna, aggiungono il tratto di una grande signorilità, di un passato di educazione particolare.
Questi caratteri di ariosità nel paesaggio e di compitezza e  urbanità sono altrettante  premesse non casuali alle condizioni che hanno animato la nascita e lo sviluppo del Circolo Culturale Bellunese, fondato il 17 marzo 1951 con la finalità principale di costituire un centro di vita e cultura musicale; in quegli anni, in cui le ristrettezze e le limitazioni della guerra erano ancora sensibili, ci voleva molto coraggio e forte coscienza delle proprie capacità per dare vita a  istituzioni del genere, specie in luoghi decentrati rispetto  alle vie di comunicazione più frequentate. Ma qui il centro c’era, non tanto geografico o economico, ma di natura squisitamente spirituale, fatto di fedeltà ai valori, fiducia nel lavoro e nei legami umani; e la prima stagione, 1950-51, si distingue subito per un taglio particolare: solo due concerti, ma supremi, con Nikita Magaloff, indimenticato signore del pianoforte che non ha mai distinto fra centri grandi e piccoli quando c’era da portare la  musica, e con il “Nuovo Quartetto Italiano”, come allora ancora si chiamava, ma già nelle mani di Borciani, Pegreffi, Farulli e Rossi: e cioè un complesso che assieme al Trio di Trieste, a Guido Cantelli e ad Arturo Benedetti Michelangeli sarebbe stato uno dei maggiori vanti dell’Italia musicale all’indomani della guerra. Solo due concerti dicevamo, ma accanto ecco quattro conferenze di argomento letterario e artistico, quindi non strettamente musicali, ma tali da testimoniare fin dalla fondazione  quell’intreccio di musica e cultura che in senso lato  avrebbe poi sempre guidato l’itinerario delle stagioni; che già dalla seconda annata, mantenendo le conferenze come tratto distintivo (una del pittore Felice Carena), vedono moltiplicarsi i concerti in dieci manifestazioni: segno indubbio di quanto le occasioni musicali ospitate nell’Auditorium dell’antico Palazzo dei Vescovi avessero messo radici nella città; mentre la presenza di un complesso come il Quintetto dell’Accademia Chigiana e il nome glorioso di Clara Haskil certificano del riconoscimento internazionale subito guadagnato dal Circolo fin dalla sua nascita.
La stagione 1952-3, la terza del sodalizio, mostra un sorprendente sviluppo: basta scorrere i nomi dei protagonisti, nomi  leggendari  accanto ad altri che lo sarebbero diventati, Walter Gieseking, Friedrich Gulda, il Quartetto Vegh, il Trio di Trieste, i Wiener Sängerknaben, il duo Zecchi-Mainardi: una scelta che mostra come Belluno non fosse seconda a nessuna grande città, in Italia o fuori, per sostanza di proposte programmatiche e per prestigio di protagonisti; fra le conferenze di varia cultura umana, spicca per la prima volta un tema musicale, “La musica e la società”, affidato a Massimo Mila, che certo si sarà preso un po’ di tempo per arrampicarsi su qualche montagna nei dintorni. Il livello delle stagioni resta costante, popolate come sono di maestri dell’interpretazione e di cartelloni sempre attraenti, ed è inutile qui proseguire un elenco di cui è memoria  negli annali del Circolo; piuttosto vale sottolineare alcune costanti della programmazione, come l’attenzione, meglio, il culto per la civiltà cameristica in tutte le sue forme e combinazioni, e la cura  con cui specialmente l’arte pianistica viene rappresentata nelle sue scuole e nei suoi esempi più rappresentativi. Inoltre, è giusto  osservare come, una volta scomparsa una generazione irripetibile di musicisti e di “signori della musica”, con l’affiorare di difficoltà economiche connesse al penetrare di una mentalità commerciale in tutte le cose della vita e dell’arte, il Circolo Culturale Bellunese abbia sempre mantenuto alta la bandiera della serietà e sostanza dei contenuti; le persone che si sono avvicendate alla sua direzione hanno infatti guardato con grande sensibilità all’affiorare di nuove tendenze e nuovi stili esecutivi: sempre l’intreccio di musica e cultura (con i caratteristici raggruppamenti “tematici”,  letterari o filosofici), quindi l’attenzione alle voci contemporanee e alle nuove pratiche esecutive nel campo della musica antica o di età barocca (simbolica qui la presenza regolare di una personalità come Gustav Leonhardt), l’interesse per i cori, ancora così raro in Italia, l’attenzione per giovani talenti vincitori di concorsi e per i complessi  nati in seguito alla  diffusione di una didattica musicale territoriale; e infine aperture al jazz e alla musica etnica.
Insomma, nel suo mezzo secolo di vita il Circolo Culturale Bellunese ha contribuito a radicare e diffondere il concetto di musica come educazione e svago, come scoperta  e diletto;  auguriamogli che continui la sua insostituibile funzione con la stessa intelligente tenacia e con lo stesso successo!
 
 

 

 

 

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